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spaziozero

18 luglio 2008
Albione
me ne vado lì.
e ci sto per un pò a mangiare muffin.

poi mi trasferisco al Victoria&Albert. E ci sto finchè non ho imparato tutti i racconti scritti da persone x sul quaderno all'ultimo piano. Titolo: lamore. Senzapostrofo. Ne ricordo uno: 'ho sposato l'uomo che ora è mio marito quando mi ha baciata sulle scale della metro. Firmato Anne, 76 anni.
Romantica del cazzo.

poi vado al National Portrait Museum e guardo tutti i ritratti degli uomini con i baffi, che mi fanno sempre sorridere. Guarderò le crepe dei dipinti del 600, che non si sa perchè ma hanno sempre delle bellissime crepe e sono scuri. Chissà che razza di mistura di colori usavano. Sempre scuri, solo i fiamminghi sapevano cose che altri no, non immaginavano neppure.
I fiamminghi.

poi non so. vedrò lì per lì.
e cercherò di non tornare qui.
tanto.





permalink | inviato da spaziozero il 18/7/2008 alle 11:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa
15 luglio 2008
TRENITALIA
pochi giorni fa, giovedì.

salgo sul treno diretto non so dove, tanto devo percorrere 12 kilometri.
entro, si chiudono le porte e si spengono le luci.
non mi preoccupo e parlo al telefono.
arrivo a destinazione e le porte non si aprono, ma solo nel vagone dove sono io. vedo gli altri scendere e io non posso.
non sono sola, c'è anche un tale magro e vestito di bianco, nervoso.  le porte non si aprono e io inizio a preoccuparmi. lo guardo e di rimando mi ritrovo la sua mano sul culo mentre mi fa l'occhiolino.
merda, sono chiusa in questo vagone con un maniaco.
vado avanti e indietro per scappare dall'uomo, omuncolo, e cerco una via di uscita, niente da fare.
neanche una parola, la bestia travestita da omuncolo torna e cerca di infilarmi le mani dentro i pantaloni. mi divincolo, lo spingo e gli tiro la borsa in faccia.
ritorna, mi indica il bagno aperto e mi dice: tanto siamo chiusi qui, soli, vieni a farmi un lavoretto.
grido, lo insulto, continuo a gridare, gli ordino di aprire la porta.
niente da fare. sono le nove passate ma c'è ancora luce.
il treno riparte.
tiro il freno a mano, la sicura salta e si infila tra i capelli, il tipo è dietro di me.
vado nel vagone successivo e faccio la stessa cosa.
niente.
e la bestia continua, stavolta cerca di togliermi la maglia. stessa scena: grido, gli mollo un calcio. si allontana. nel frattempo sento che mi dice: tanto è inutile, siamo chiusi qui da soli, non c'è altro da fare. e cerca di portarmi nel solito bagno.
non ci riesce.
il treno va. cerco di attirare l'attenzione di un ragazzo seduto nel vagone in fianco che sta ascoltando musica e fissa nel vuoto. non mi vede e non mi sente.
ancora il tipo addosso. stavolta tutto, non solo le mani. ne sento anche l'odore. di nuovo lo spingo.
di nuovo addosso con più forza. non riesco ad allontanarlo, urlo.
il treno ferma non so dove. il tipo se ne va.
resto ferma.
vedo la bestia sui binari. è sceso e non so come. lo guardo.
mi indica la porta da dove è uscito, sento il fischio del capotreno e corro. corro.
riesco a scendere in una stazione mai vista, deserta, un binario, niente luci. tre albanesi che mangiano salame seduti sugli scalini.
grido al capotreno di fermarsi, gli corro incontro dicendo tutte le parolacce che so. sono tutti ai finestrini a guardarmi. il tipo mi tira per un braccio. lo spingo e vado dall'uomo in divisa che mi dice: è colpa sua, lei ha sbagliato a salire sul vagone morto. doveva leggere il foglio messo in fondo all'ultimo vagone.
'non ho visto nessun foglio e le porte erano aperte, sono salita per quello.
'le ripeto è colpa sua, NON doveva salire. sono vagoni da restaurare, vuole che me li metta in tasca? li devo trasportare insieme al treno', mi dice
non pensa di essere mai stata più arrabbiata di così.
'sa dove se li deve mettere i vagoni? NEL CULOOOO.' non so gridare, ma questa volta la voce esce.
lui se ne va, il treno parte di nuovo e sento la voce di uno dei ragazzi che mangiano il salame che mi dice: 'tu sali, no treni dopo. tu vai.'
li guardo e il treno è andato.
scopro di essere in una stazione fantasma, non c'è niente, non passano altri treni per almeno altre tre ore.
cerco qualcuno che sappia, gli albanesi mi indicano un bar. attraverso i binari ed entro. dietro di me la bestia.
scopro di essere in un paese mai sentito prima. niente collegamenti, solo taxi. ne chiamo uno al telefono. sta mangiando con sua moglie, c'è la festa di paese e può arrivare solo dopo un'ora. il mio telefono è scarico. lo aspetto. nel bar solo uomini, giocano al video poker e a carte. mi guardano tutti, l'unica femmina. il barista è perplesso, gli chiedo una cosa da bere, ma forte. mi prepara uno spriz e ci mette del gin. gli racconto la storia e vedo di nuovo la bestia di fronte a me che continua a farmi l'occhiolino e mi propone di pagare la corsa in taxi in cambio di un servizietto. lo dice ad alta voce. gli rispondo di andare a cercare una prostituta. non me. lo insulto di nuovo. il barista aggiunge gin al mio spriz. bevo. esco a guardare se è arrivato il taxi, altro gin.
e bevo.

il barista è gentile. il porco del treno mi dice che sta per arrivare sua sorella e mi da un passaggio fino a casa, sempre in cambio di un...e mima il gesto. il barista lo insulta, lo caccia e finalmente se ne va, non senza dirmi: ci rivediamo presto amore mio.
non ho sentito nulla, non ne posso più. voglio arrivare a casa, voglio abbracciare il barista.
mi sembra un incubo.

quando arriva il taxi sono ubriaca, troppo gin. mentre guida io gli racconto quello che è successo, gli racconto anche di quella volta che a 15 anni qualcuno mi ha trascinata nei giardini dietro casa mentre andavo a messa e mi ha messo le mani addosso, di quello di fronte alla scuola che mi ha buttato giù dalla bicicletta e mi ha strappato i vestiti. del prete, dell'insegnante di religione, del relatore, di un altro trovato sempre in treno.
e piango.
piango e mi faccio pena da sola, come se mi stessi commuovendo per qualcun altro. gli dico addirittura che è meglio sia successo a me perchè un'altra magari sarebbe rimasta impietrita e la bestia avrebbe potuto approfittarne.
piango e arrivo a casa.



permalink | inviato da spaziozero il 15/7/2008 alle 19:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa
15 luglio 2008
ringraxiamenti
Seb per la storia ispirata al nuovo nome datomi da Mgl.
Mgl per il nome che ha ispirato la storia a Seb.

Chi vuole partecipare può bussare alla porta, pulirsi le sole nello zerbino e entrare.

Infine rimango perplessa e per l'acronimo e per il fatto che LEaf sia di genere opposto al mio.
E non ho mai schiacciato un bruco, tengo a precisarlo.





permalink | inviato da spaziozero il 15/7/2008 alle 12:48 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
15 luglio 2008
Il sogno incompiuto di LEaf
III parte

LEaf era divenuto ancora più piccolo però in un mondo dove gli 'altri' erano ancora più piccoli di lui e quindi era enorme.
Tra l'altro aveva sintetizzato in sè alcuni elementi di amici e conoscenti.
Intanto aveva i baffi, una pancia tonda a balcone e il naso lunghissimo, orecchie pendule, occhi talmente sporgenti da poterli ruotare tutt'intorno senza nemmeno doversi prendere le briga di muovere i piedi che per altro erano lunghissimi e pesanti: solo lo spostamento di una gamba aveva creato vortici d'aria che avevano distrutto un intera famiglia di sgurtz
Lui non sapeva cosa fossero; ma in quattro e quattr'otto, annichilendone la civiltà, aveva deciso che, dalle facce e dai discorsi appena abbozzati, essi solo così avrebbero potuto essere ribattezzati.
Insomma era un dio
grosso, nervoso, violento, onniveggente.
In breve, decise di svegliarsi.
L'esperienza del sogno, le ammaccatture lasciate da MArone e l'ora tarda lo fecero decidere di tornare alla baracca.
Lo zio, che n realtà era suo cugino, era andato via. Sul tavolo era rimasta una scodella (piccola neh!) con un liquido marrone e denso che la sua voce femminile diceva nutriente.
Questa voce lui la sentiva sempre, come una specie di rimbombo nelle orecchie, ma non aveva mai capito da dove venisse. Sapeva solo che aveva un timbro femminile.
Vedeva gli zzii coi baffi, con le cravatte con i fiori, con le scarpe con le ghette con i lacci e con i forellini sul cuoio a forma di stellina e dentro ci vedeva della tela traspirante e dentro intravedeva i calxzini e a volte erano bucati ci vedeva l'epidermide che a volte aveva arrossature proprio sulle dita e sui talloni e a volte ci si avvicinava talmente tanto da non sentirne nemmeno gli odori e a volte tutto questo vedere in un piede lo travolgeva, lo urtava, lo mandava per aria e così si ritrovava a chilometri di altezza a guardare, attaccato ad un lamapadar che alla lunga nemmeno scottava più.
Vedeva paesaggi fatti di tovaglie - pavimenti - incrostazioni - caffettiere ammuffite - polvere - pulviscoli e acari in grandissime quantità, in volo, per terra sui muri dove lo zolfo ammorbava l'aria-ma tanto il piccolissimo bastardo non faceva caso agli odori, avendoli già sentiti tutti e in tutti i modi e riconoscendo che potevano distrarlo dall visioni ravvicinate.
(...)
Poi il sogno lo fece planare in giardino dove LEaf finalmente scopre le foglie; s'illude per un periodo abbastanza lungo che queste possono soddifare il suo modesto desiderio di sapere; Cerca di sistemarcivisi; scopre che invece ad un certo punto, scomparsa l'immonda zuppa dal tavolo cominciano a crescergli le gambe.
Non riesce più a vedere i microamici che si è fatto, non li sente più ma li calpesta in grande copia.
Insomma LEaf è il solito stronzo anche se non meno fidipù di altri.
Il pregio che aveva era un difetto; ma nel breve periodo che egli visse in questo difetto, egli vide cose che gli altri non vedevano.
Guaritone e svegliandosi non si scopre identico o peggiore degli altri
semplicemente...



permalink | inviato da spaziozero il 15/7/2008 alle 12:46 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa
14 luglio 2008
LEaf e il cucchiaio
II parte

In quel momento un ombra minacciosa copriì le sue spalle e poi tutto il prato davanti lui
e sentiì una mano che lo afferrava; parve un istante lunghissimo.
Le cose lentamente si allontanavano, vide le particelle, vide i microbi, vide i granelli, poi la terra l'erba e infine il prato e infine la faccia di suo cugino MArone: magro, alto, smilzo e fortunato (a detta sua) il quale cominciò a prendersela con i pelli che LEaffino aveva in testa (era difficle prenderli, ma lui ci provava: aveva rubato delle pinzette apposta alla madre).
'Pelli' perchè una via di mezzo tra i capelli e i peli.
.
Poi cominciò a tempestarlo di cucchiaiate in faccia,
ma lui c'era abituato
e l'altro gridava 'ti basta? ti basta?'
Ma lui era sostanzialmente indifferente; solo che ogni volta il cucchiaino da zucchero si avvicinava al suo volto lui prima ci si specchiava, poi ne ammirava le superfici, scoprendo ogni volta qualcosa di nuovo.
Insomma ne voleva sempre di più.
Voleva impararlo bene quel cucchiaino di peltro, che, detto tutto, era anche morbido.
In breve svenne, e fece un sogno.
.





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